L’
Odissea del porto inizia nel 1974, dopo il precedente tentativo, miseramente fallito, di realizzare un’opera portuale in prossimità del Capo.
Anche se nel parere rilasciato dal Consiglio Superiore del Ministero dei lavori pubblici si imponeva che i lavori, una volta iniziati dovevano essere completati, la realizzazione del nuovo porto nella baia di Bagnoli è proceduta subito a rilento e con interventi a singhiozzo.
Nel 1988, dopo anni di stasi ed abbandono, l’Amministrazione Comunale del tempo affidò l’incarico per la progettazione del completamento del porto all’ing. Giuseppe Rodriguez. Il professionista, in un primo momento, presenta un
mega progetto per un importo di circa 48 miliardi di lire, ma la proposta venne bocciata dal Consiglio Comunale che invitò il professionista a limitarsi al semplice completamento dell’opera.
Diciamolo pure: il mancato completamento del Porto, è stato per anni un argomento utilizzato politicamente come una clava contro i vecchi amministratori, quelli della cosiddetta Prima Repubblica, accusati di non essere stati in grado di ultimare l’opera.
Oggi dobbiamo constatare che se “i vecchi” amministratori non stati in grado in 20 anni di completare l’importante struttura, da quando sono arrivati i “nuovi” amministratori (cioè dal 1994) di anni ne sono passati già ben 15, senza che si siano fatti passi in avanti. Anzi, tutt’altro.
Con l’avvento dell’era Sindoni, per prima cosa viene revocato l’incarico all’ing. Rodriguez proprio quando era pronto un progetto cantierabile che prevedeva il completamento dell’opera (importo di 24 miliardi di lire) che allora
poteva essere finanziato con fondi europei. Non si volle seguire quella strada e si affidò un nuovo incarico ad altri professionisti ricominciando da capo.
L’ing. Maurizio De Santis, capo della nuova equipe di progettisti, in poco meno di un mese rielaborò un’idea dell’allora capo dell’UTC arch. Mario Valenti (oggi assessore comunale) e propose all’Amministrazione comunale l’ampliamento dell’area portuale con la costruzione di una seconda darsena adiacente a quella esistente.
L’obiettivo era quello di ospitare più di mille imbarcazioni, anche 1.500 con i pontili galleggianti, sulla base di una stima arbitraria dei flussi di diportisti .
La
decisione apparve subito “avventurosa”, in quanto l’iter stato avviato con la decisione di ampliare ampliamento il Porto implicava varianti al Piano Regolatore Generale ed al Piano Regolatore Portuale. Dunque
tempi lunghi e complessi, esiti incerti, occasioni di finanziamento perdute.
Nonostante gli appelli e gli inviti rivolti all’Amministrazione Comunale, questa non volle sentire ragione e proseguì la strada dell’ampliamento del Porto di Capo d’Orlando.
La scelta si rivelò infruttuosa e dannosa perché, in assenza di un progetto in regola con la normativa di settore, il Comune non poté accedere ai cospicui fondi europei che proprio in quegli anni erano destinati alle opere portuali.
Per fare un esempio, ecco cosa scriveva la
Gazzetta del Sud il 28 ottobre 1998: “Pochi i porti turistici dotati di progetti esecutivi e la Giunta Drago taglia 70 miliardi, sui 135 disponibili alla “misura 2.2.” del Pop ’94-’99”.
Il Sindaco
Enzo Sindoni, in una intervista rilasciata nel novembre 1997 a “Centonove”, giustificò la scelta dell’ampliamento del porto col fatto che vi erano “
tre grossi gruppi privati interessati a finanziare l’opera, tra cui il gruppo San Paolo” e che questi erano interessati solo ad un porto in grado di ospitare non meno di mille barche.
Che si trattava di una grossa balla, lo si capì subito, ed oggi, purtroppo per gli orlandini, lo dimostrano i fatti e non i “soliti noti”, per usare una locuzione abusata dal Sindaco a corto di argomenti.
Una balla anche oltretutto costosa perché il fermo dei lavori ha accentuato l’insabbiamento della struttura bisognosa di periodici dragaggi.
Così come un’altra balla fu l’annuncio in terra d’Australia che Paul Cayard, sarebbe stato l’ospite d’onore della vicina inaugurazione del Porto di Capo d’Orlando, a breve ultimato, affollato di barche e turisti. La notizia, destituita di un serio fondamento, venne annunciata sul Giornale di Sicilia del 6 febbraio 2000, con tanto di foto del sindaco accanto al mitico skipper di “Azzurra”.
Ma attenzione: come si dice, al peggio non c’è mai fine. E così è anche per il Porto di Capo d’Orlando.
Dopo averci portato a “sbattere” con la proposta dell’ampliamento del progetto Valenti – De Santis, chiusa la parentesi della breve sindacatura Carrello, Sindoni ha ripreso il controllo delle operazioni ed ha avviato un nuovo iter di completamento del porto che sta portando, ancora una volta, in un vicolo cieco.
Stavolta, ha avviato un
project financing selezionando una ditta abbastanza nota: progetto pronto, piani finanziari pure: 7.500.000 euro di finanziamento europeo ottenuto dal Commissario Straordinario Rosolino Greco, 7.500.000 euro di investimento del privato.
Solo un piccolo dettaglio da far quadrare perché tutto funzioni: in Italia, la concessione delle aree portuali è regolata da norme di semplificazione contenute nel DPR 509 (la legge Burlando). Queste norme prevedono procedure concorsuali e conferenze di servizi affidate alla
gestione della Capitaneria di Porto.
Dunque, anche la compagine societaria Comune di Capo d’Orlando – ditta privata abbastanza nota devono presentare l’offerta e concorrere con altri soggetti.
Ed allora, si sceglie l’azzardo dell’approvazione di una norma regionale che affranchi il Comune dalle procedure di gara e gli riconosca la prelazione nella concessione anche se in compagnia di soci privati.
Insomma: Viva la libera concorrenza!Il percorso è ovviamente accidentato, perché si tratta di una Legge fatta apposta per regolarizzare situazioni precostituite e perciò difficilmente riconducibile a quei principi di astrattezza e generalità tipiche della legislazione negli stati di diritto.
Un percorso, al solito, difficile, rischioso e, come abbiamo avuto modo di constatare, dall’esito non scontato per gli evidenti rischi di impugnativa e per lo scardinamento degli strumenti di pianificazione che veicola.
Come prevedibile, l’Assemblea Regionale Siciliana rinvia il disegno di legge presentato dai deputati Buzzanca, Formica e Mancuso alla Commissione Territorio per i dovuti approfondimenti, e, al solito, a
questo punto si grida al nemico esterno: la “burocrazia”, le leggi che non vogliono saperne di adeguarsi agli accordi conclusi in ambito comunale, la beghe politiche, ecc.
Insomma, il solito ribaltamento della realtà. Basterebbe soltanto che il Comune di Capo d’Orlando percorresse le strade indicate dalle leggi vigenti, dai bandi europei, pianificasse il territorio e programmasse gli interventi in modo corretto e trasparente perché tutto si semplificasse davvero senza l’intervento degli sponsor di turno.
Sarebbe il caso di guardare ad esempi vicini:
S. Agata di Militello, che ha ottenuto 48 milioni di euro per completare il “Porto dei Nebrodi” perché aveva un progetto cantierabile ed ha perciò beneficiato della rimodulazione dei fondi europei non spesi, piuttosto che attardarsi nei soliti esercizi di amministrazione “creativa”.